Il virgolettato regna sovrano in questo titolo e quello su “blocchi” e “salto di qualità” probabilmente non necessità di speigazioni perché nell’ambiente, anche se non è un linguaggio proprio tecnico, tutti abbiamo presente più o meno quelli che sono i blocchi psicologici dell’atleta che ne condizionano fortemente il rendimento soprattutto in gara e poi il mitico “salto di qualita’ ” . Non a caso questo “salto di qualità” é quasi sempre successivo ad un blocco e determina una serie di ottimi risultati che proiettano l’atleta in un momento ben diverso da quello precedente. Dove è necessario spendere due parole è su quel “ci tiene” alle gare. Cosa vuol dire? Vuol dire che non stiamo trattando dei professionisti con tanto di psicologo al seguito e soprattutto di manager che decide con oculatezza quando conviene sparare a tutta e quando è assolutamente sconsigliabile anticipare un risultato che è già nelle corde dell’atleta ma che, per motivi meramente economici, deve essere fatto in un momento ben preciso della stagione agonistica. Non stiamo nemmeno trattando di ragazzini che vanno al campo a fare le gare studentesche e vedi il loro passaggio poi quando restano sul campo gran quantità di sacchetti di patatine vuoti, confezioni di merendine e varie che ti fanno pensare che questi siano venuti ad una sorta di pic nic invece che a fare delle gare stuidentesche. Dunque stiamo trattando di atleti che hanno la passione vera per l’atletica e non la fanno tanto perché gliel’ha detto la mamma ma, al tempo stesso, non sono atleti navigati con tanto di programmazione annuale che ne determina con precisione gli obiettivi agonistici.
Sono questi gli atleti che vanno più soggetti a fluttuazioni dell’umore con riferimento all’attività agonistica e, anche se non hanno bisogno dello psicologo perchè con lo sport la psiche se la curano e non la danneggiano hanno comunque bisogno di pensare a come si comportano nello sport per non rimediare cocenti delusioni.
La dinamica più frequente e scontata è che l’atleta ottiene buoni tempi in allenamento (o buone misure) e poi in gara per una serie di motivi non riazesce ad ottenere quei risultati che dovrebbero normalmente arrivare in quella condizione fisica.
Si dice che l’atleta è “bloccato” psicolgicamente è non del tutto una castroneria anche se è un modo un po’ semplicistico di affrontare la questione.
Per far luce su questo punto è opportuno analizzare subito la situazione opposta, anch’essa permeata di contenuti psicologici in modo assolutamente razionale e non scorretto che è, per certi versi, proprio parente di questa situazione del “blocco psicologico”, alludo al mitico “salto di qualità” che tutti gli atleti agognano e più lo sogni e più tarda ad arrivare e non è che arrivi quando non te ne frega niente, ma, insomma, arriva più facilmente quando non sei stressato e non quando sei teso come una corda di viloino.
Nel salto di qualità la situazione è diametralmente opposta rispetto al blocco psicologico. Accade che l’atleta, pur in forma, abbia in gara un rendimento che è ancora superiore rispetto a quello già roseo delle aspettative. In virtù di questa confortante sorpresa l’atleta si carica e produce una serie di ottimi risultati dove la conferma di questi non fa che caricare ulteriormente l’atleta che si sente proiettato in una nuova ottica.
Insomma mentre nella prima situazione il risultato delude, nella seconda entusiasma ed è questo l’ago della bilancia che sposta tutto l’atteggiamento verso una condizione ancora più favorevole o verso una condizione ancora più sfavorevole.
Molto semplicemante si tratterebbe, come tante volte ho suggerito sopratttutto con riferimento alle categorie giovanili di non caricare gli atleti con inutili elevate aspettative di risultato che poi rischiano di funzionare come un boomerang dopo aver esercitato una modesta azione di carica.
Al contrario parlare bene anche di risultati modesti, dare importanza anche ai piccoli miglioramenti è il miglior modo per caricare in modo saggio e più funzionale ed avendo molte possibilità di tenere distante l’atleta da cocenti delusioni.
Dunque quando un atleta è “bloccato” psicologicamente la prima azione da fare è un azione di “sgancio” dalle sue aspettative di risultato e di tranquillizzazione sul fatto che anche se il risultato auspicato tarda ad arrivare questo non è un motivo di fallimento della stagione agonistica.
Se l’atleta è rilassato e meno teso spasmodicamente verso il risultato che aveva idealizzato è più facile che si possa mettere in una condizione psicologica migliore fermo restando il fatto che l’entusiasmo non deve essere intaccato e non si deve assolutamente far retrocedere quell’atleta a condizione di atleta “da pic nic”. Si tratta solo di rinforzare la motivazione e non sopirla coltivando la capacità psicologica di differimento che è quella capacità di restare carichi anche se fra l’evento gratificante e la situazione di impegno manca un po’ di tempo perchè la forma sportiva non è ancora quella migliore.
Insomma blocchi psicolgici e salto di qualità vanno analizzati serenamente anche se non si può disporre dello psicologo (è necessario meno volte di quanto si possa pensare e di quanto c’è la moda di volerci far credere) ed è giusto puntualizzare che così come va analizzato il fastidioso blocco è molto utile analizzare anche il salto di qualità anche se poeticamente sarebbe da vivere semplicemente in tutte le sue sfumature ma se ci fermiamo un po’ ad analizzarlo e a tentare di comprenderlo anche se ci si perde un po’ in poesia e leggendarietà (é molto più leggendario tutto ciò che non si riesce a spiegare…) costruiamo i presupposti per poterlo innescare più facilmente in un secondo tempo dopo una fase di recupero dell’atleta.
Ecco, l’ideale sarebbe che nella storia dell’atleta si succedessero “salti di qualità” ovvero momenti di inequivocabile forma sportiva alternati a momenti di recupero, ovvero razionali momenti di reintegrazione delle capacità fisiche e psicologiche. Se invece, come accade spesso, si alternano momenti di “blocco psicologico” a quasi normali momenti di ottenimento degli auspicati miglioramenti allora si rischia di vivere una condizione di frustrazione dove la normalità è il miglioramento “ovviamente” (qui assolutamente d’obbligo il virgolettato perché di ovvio nello sport non c’è proprio nulla) conseguente ai carichi di allenamento e la situazione critica e allarmante è il classico blocco psicolgico che è quel momento, che può anche essere piuttosto lungo, nel quale l’atleta di sta rigenerando alla ricerca di nuovi adattamenti di tipo fisico ma anche di tipo psicologico per ottenere risultati migliori.
Non per buttarla in vacca ma è anche bello dire che un po’ di imprevedibilità e di sano pathos è pure bello e contraddistingue l’attività professionistica da quella veramente dilettantistica, nel senso che il professionista invece di crogiuolarsi in questi discorsi resta a chiedersi perchè il manager ha deciso che oggi bisogna andare piano e bisogna andare forte solo il giorno “X”. In un contesto simile di cose imprevedibili ce ne sono meno, di pathos ce n’è pure un po’ meno salvo che l’atleta non gli girino le scatole e si metta a tirare fuori il risultato a sorpresa nel momento sbagliato non perché così vogliono gli scommettitori ma per il semplice motivo che lo sport a tutti i livelli, per fortuna, conserva ancora un margine di imprevedibilità piuttosto elevato.
Sui veri dilettanti queste problematiche non esistono ed è bello cercare le strategie per fare in modo che tutta l’attività possa essere gratificante nei momenti buoni e anche in quelli meno buoni visto che qui soldi non se ne guadagnano ma… nemmeno se ne perdono.