ANCORA SULL’ALLENAMENTO GIUSTO E QUELLO SBAGLIATO, QUELLO CHE PESA E QUELLO CHE FILA VIA LISCIO

Riprendendo dalla massima dell’ormai noto Egidio Perantoni (ci ho fatto un articolo trattando dell’atletica veronese degli anni ’80 e dunque visto che i lettori qui sopra sono una marea ormai è proprio famoso…) che diceva che “Non è importante che tipo di allenamento fai quanto che tu sia convinto che è il miglior allenamento possibile per le tue caratteristiche….” vorrei focalizzare sulla necessità di confrontare “costi e benefici” delle varie sedute di allenamento.

Se è vero che praticamente tutti gli allenamenti, salvo i più disgraziati che non hanno una minima utilità, hanno una qualche utilità ed un loro ruolo nel processo di addestramento sportivo, è anche vero che ogni allenamento ha un suo “costo” in termini di fatica, di organizzazione, di concentrazione etc.. Quando l’allenamento è addirittura divertente l’atleta dice che non gli è costato nulla e, a livello psicologico, c’è pure da credergli. A livello fisico alcuni allenamenti che pesano poco o nulla psicologicamente possono risultare più pesanti di quanto si creda ed è giusto considerare questo peso altrimenti può portare anche facilmente all’infortunio da sovraccarico.

Anche qui categorizzando e prendendo gli esempi estremi, è facile dire che un’allenamento che pesa tantissimo da un punto di vista fisico e psicologico e che ha una resa piuttosto discutibile in termini di rendimento deve giustamente essere valutato attentamente nel bilancio costi-ricavi. al contrario, un allenamento che non pesa psicologicamente, fila via liscio come l’olio e pare che anche fisicamente non sia molto stressante e che per una serie di motivi si ha ragione di pensare che sia molto utile per mettere a punto alcuni aspetti della preparazione, possa avere tutti i requisiti necessari per essere ripetuto più volte ovviamente valutando bene gli effetti di questa reiterazione insistente.

Come sempre sono le vie di mezzo a far pensare di più ed a porre i dubbi amletici. E’ meglio faticare un po’ di più e sperare di avere una maggior resa della seduta di allenamento o faticare un po’ di meno temendo che l’intensità così ottenuta non sia abbastanza efficace per produrre adattamenti significativi?

Si fa sempre appello al buon senso ma in tali situazioni il buonsenso può rischiare di essere poco preciso.

Siccome io sono convinto che sia importante essere abbastanza precisi su queste cose, esorto i miei atleti a pensare molto a ciò che fanno partendo dal non ignorare le sensazioni di fatica, evitando di fare gli eroi che non sentono la fatica, e misurando la fatica proprio come se fosse un ingrediente sul quale non si può esagerare.

A volte, gettando nel panico chi ascolta queste cose, dico “Nel momento in cui sei tu a propormi la seduta di allenamento allora vuol dire che ci capiamo.” Chi ha paura di arrivare a tanto non ha capito che certi allenamenti possono essere davvero divertenti, che certi allenamenti se immaginati bene possono essere molto più utili di altri e chi ha più numeri per poterli immaginare bene è proprio l’atleta che sente se stesso. In tal senso è importante spronare gli atleti a sentire sé stessi perché l’eroe che sopporta la fatica stando zitto sarà stoico ed eroico fin che si vuole ma alla fine non ti aiuta a selezionare l’allenamento migliore e, spezzando una lancia in favore di chi talvolta si lamenta perfino troppo, dico anche che l’atleta pignolo in tal senso accetta le sue responsabilità perché capisce che la scelta dell’allenamento è una decisione da condividere con il tecnico più che da delegare allo stesso lavandosene le mani. Chi mette a disposizione solo una grande quantità di fatica confidando nella bacchetta magica del tecnico purtroppo al giorno d’oggi ha poche possibilità di centrare la preparazione migliore.

Dunque la capacità di sopportazione della fatica è certamente una dote da non trascurare, direi soprattutto nelle discipline di resistenza, ma da sola non ci aiuta molto perché ci può esporre ad infortuni da sovraccarico funzionale e può fare poca luce su quelle che sono le vere esigenze addestrative dell’atleta.

Al contrario quando l’atleta è molto sensibile alla fatica e tende a scartare a priori una grande quantità di possibilità di allenamento perché le ritiene troppo faticose, deve essere il tecnico ad inventarsi delle cose più sopportabili e a mediare sulla base proprio del vissuto emotivo dell’atleta.

Insomma il postulato di partenza del grande Egidio Perantoni che diceva “Non importa ciò che fai ma conta che tu sia convinto dell’utilità di quello…” forse è un po’ semplicistico però centra una problematica con la quale il tecnico deve comunque fare i conti. Se l’allenamento è divertente siamo già a buon punto, fra gli allenamenti divertenti sarà anche il caso di selezionare quelli che sono potenzialmente più utili. Quando l’allenamento non è per niente divertente siamo già messi male e se questo allenamento viene davvero ritenuto necessario sarà proprio il caso di meditare se fra i vari allenamenti “necessari” sia quello più tollerabile. L’allenamento che l’atleta non accetta, anche se decisamente utile, ha un limite che può essere anche invalicabile: che è una pizza insostenibile. Si tratta di capire se questa pizza può essere proposta in qualche modo o se invece bisogna andare ad offrire pizze diverse. Si possono inventare tanti allenamenti diversi, alla fine chi lo esegue è l’atleta e se lo sopporta bene torna, altrimenti cambia pizzeria.